Abebe Bikila vince la maratona di Roma alle olimpiadi 1960

Abebe Bikila alla maratona olimpica di Roma 1960

Storie di Runner
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Per tradizione la maratona è sempre stata la gara di chiusura delle olimpiadi. Il 10 settembre 1960 tutti gli occhi del mondo erano puntati su Roma nell’ultimo giorno della XVII Olimpiade dell’era moderna. La guerra era finita solo quindici anni prima ma l’Italia era risorta dalla tremenda devastazione: il decennio appena passato era stato entusiasmante. Un paese povero e contadino aveva scoperto la crescita, l’industria,  la ricchezza. La televisione aveva cominciato a cambiare una cultura vecchia di secoli, e tutti nutrivano grandi speranze per un futuro che sentivano pieno di promesse e di doni. Infatti stavano per iniziare i favolosi anni ’60.

Roma, insieme a tutta l’Italia, viveva con orgoglio questo nuovo ruolo di capitale della “dolce vita”, che Fellini celebrò con il suo film più celebre proprio in quel magico 1960, ma che già qualche anno prima il mondo aveva imparato a conoscere attraverso le avventure di Audrey Hepburn e Gregory Peck in “Vacanze Romane”.
Le Olimpiadi furono la consacrazione di quella nuova Italia, bellissima, ammirata e felice. E la fantastica quanto inaspettata vittoria di Livio Berruti nei 200 metri piani fu un lampo di gioia che accese di emozione l’intero paese.
La sera del 10 settembre dunque, la maratona che chiudeva i giochi partiva sotto i migliori auspici, ma nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo: quella maratona stava per consacrare un uomo nella leggenda. Quell’uomo era un Etiope, e si chiamava Abebe Bikila. In realtà suo nome era Bikila e il nome Abebe, ma la consuetudine etiope vuole che il cognome sia scritto prima del nome, così è come Abebe Bikila che il mondo imparò a riconoscere quell’atleta, fino a quel giorno totalmente sconosciuto ai più.
Per la prima volta nella storia dei giochi la maratona si correva in notturna, e per la prima volta la partenza e l’arrivo erano posti fuori dallo stadio olimpico. Ai nastri di partenza Abebe Bikila si presentò scalzo: a quanto pare le scarpe che gli erano state fornite dallo sponsor non gli erano comode, e in quel momento non c’era modo di sostituirle. Nessuno prima di lui aveva osato correre una maratona olimpica senza scarpe, e probabilmente i suoi avversari e il pubblico che assisteva alla partenza giudicarono questa scelta una bizzarria. Bikila non era tra i favoriti. In realtà non sarebbe nemmeno dovuto essere alle olimpiadi dal momento che il posto da titolare spettava al suo compagno di squadra Wami Biratu, ma questi si era infortunato proprio pochi giorni prima di partire per Roma giocando una partita di calcio. Abebe Bikila però si sentiva in gran forma e voleva dare il massimo in quella gara. Insieme al suo allenatore aveva concordato una precisa strategia, che consisteva nel seguire costantemente i passi del marocchino Rahdi Ben Abdesselam, considerato il maggior candidato alla vittoria. Il marocchino sarebbe dovuto partire con il pettorale 26, ma invece si presentò al via con il 181, il numero di gara con cui aveva corso i 10.000 metri piani. Partita la corsa Bikila si inserì nel gruppo di testa e cercò il suo avversario. Non vedendo però il pettorale 26 si convinse che il marocchino fosse andato all’attacco e si trovasse in testa alla corsa. Fu così che si lanciò da solo all’inseguimento di un avversario immaginario, e tagliò vittorioso il traguardo convinto di essere secondo.
La sua impresa fece scalpore in tutto il mondo. Quando gli domandarono perché avesse corso scalzo rispose: “Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, L’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo”.

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